NARDENUn giardino per la mente, dove scienza e benessere si incontrano.
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Narden / Rami / 01

Narden Clinical

Cura clinica basata sulle evidenze

Attività clinica e neuropsicologica con trattamenti personalizzati, fondati sulla comprensione funzionale di ogni caso e sulle migliori evidenze scientifiche disponibili.

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Paziente pensieroso sul divano che parla con la psicologa durante una seduta

Dove riceviamo

In presenza in Italia

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Sedute in videochiamata, ovunque tu sia.

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Servizi

Psicodiagnosi, psicoterapia e neuropsicologia personalizzate

Psicodiagnosi

Valutazione clinica approfondita per comprendere i sintomi, arrivare a una diagnosi precisa e orientare il trattamento.

Psicoterapia individuale

Trattamento personalizzato, a partire dalla comprensione funzionale di ogni caso.

Valutazione neuropsicologica

Indagine di attenzione, memoria, linguaggio e funzioni esecutive per supportare la diagnosi e la pianificazione.

Riabilitazione neuropsicologica

Interventi per stimolare e compensare le funzioni cognitive nella vita quotidiana.

Terapia di coppia e sessuologia

Per comprendere gli schemi della relazione e costruire modi più sani di relazionarsi e di vivere la propria sessualità.

Bambina imbronciata sul divano mentre la mamma gioca con la sorella più piccola

Psicoterapia familiare

Dinamiche disfunzionali nelle relazioni familiari provocano e alimentano i sintomi. Lavoriamo con la famiglia per comprenderle e trasformarle.

Giovane sorridente seduta a terra sotto un percorso aggrovigliato tra i punti A e B

Giovani, studi e carriera

Parte del lavoro con la famiglia è aiutare il giovane, e i genitori, ad accettare che le prime scelte non definiscono per sempre gli studi e la carriera. Aiutiamo il giovane a uscire dal «non sono abbastanza pronto», a mettere in pratica i propri progetti e a non arrendersi solo perché non tollera una materia che non gli piace: spesso, nella carriera, non ne avrà nemmeno bisogno. Scegliere è anche sperimentare, sbagliare e correggere la rotta.

Adolescente rannicchiata sul letto, con il viso tra le ginocchia

Psicoterapia per adolescenti

Dai 14 anni. L’adolescenza è una fase di cambiamenti intensi, nel corpo, nelle amicizie, nell’identità e a scuola, e la sofferenza spesso si manifesta come isolamento, irritabilità, calo del rendimento o uso eccessivo degli schermi. Offriamo al ragazzo uno spazio proprio e riservato, con momenti concordati di partecipazione della famiglia.

Terapia di gruppo

Anche il sostegno e l’esperienza degli altri curano. Nel gruppo la persona si accorge di non essere sola, impara da chi vive situazioni simili e allena le abilità in un ambiente sicuro, come nei gruppi di skills training della DBT.

Tasto blu di una tastiera con la parola Psychotherapy

Psicoterapia online

Sedute in videochiamata con la stessa qualità e la stessa riservatezza di quelle in presenza, ed efficacia paragonabile per molti disturbi. I vantaggi: niente spostamenti o traffico, orari più flessibili, continuità del trattamento durante viaggi e trasferimenti di città o di paese, sedute nella propria lingua per chi vive all’estero e più comodità per chi ha ansia sociale, dolore cronico o mobilità ridotta.

Mani unite in cerchio durante una sessione di gruppo

Sedute con la partecipazione di familiari, partner o amici

Nella psicoterapia individuale, alcune sedute possono coinvolgere persone importanti nella vita del paziente: per comprendere meglio il contesto, fare psicoeducazione su ciò che la persona sta vivendo, allenare una conversazione difficile, concordare come sostenerla nelle crisi o riparare un conflitto.

Come funziona: la partecipazione avviene solo se il paziente lo desidera. Prima, paziente e terapeuta concordano insieme l’obiettivo dell’incontro, chi partecipa, di cosa si parlerà e di cosa no (la riservatezza resta tutelata) e come sarà condotta la seduta: apertura, obiettivi, spazio per ognuno e una chiusura con i prossimi passi. Non è un tribunale: il terapeuta fa in modo che la seduta rafforzi il trattamento.

Psicologa che mostra a un bambino cartoncini con volti tristi e felici

Parent training: educare alle emozioni

Guidiamo i genitori a insegnare ai figli a riconoscere, nominare e accettare le emozioni, e a regolarsi senza ricorrere a videogiochi, cibo, acquisti o altri comportamenti disfunzionali. I genitori insegnano soprattutto con l’esempio: quando mostrano le proprie emozioni con naturalezza, i figli imparano che sentire è permesso.

Tristezza. Il figlio chiama il papà per giocare e il papà risponde: «Oggi papà si sente triste, ed è normale. Quando sono triste mi piace stare un po’ più tranquillo. Vuoi guardare un film con me?» Così, quando il bambino si sentirà triste, condividerà l’emozione con il papà senza nasconderla e, cosa più importante, dicendo il perché. Questo canale aperto protegge il bambino anche da situazioni di abuso.

Rabbia. Il papà dà un nome all’emozione del figlio: «Hai subito un’ingiustizia ed è normale sentire rabbia. Quando io sono arrabbiato mi piace correre. E tu, cosa ti piace fare? Vuoi correre al parco, e poi andiamo a dire al tuo amichetto perché ti sei sentito così e qual è il tuo limite?»

Come lavoriamo

Un approccio integrativo e basato sulle evidenze

Ogni trattamento segue cinque principi.

Transdiagnostico

Invece di trattare ogni diagnosi separatamente, guardiamo ai processi che mantengono la sofferenza e sono comuni a diversi disturbi, come evitamento, ruminazione, autocritica e disregolazione emotiva.

Integrativo assimilativo

Partiamo da un modello di base solido, la terapia cognitivo-comportamentale, e integriamo tecniche di altri approcci, come la DBT e la Schema Therapy, quando il caso lo richiede, sempre in modo coerente con la formulazione del caso.

Pratico

Sedute orientate a cambiamenti concreti: abilità allenate in seduta ed esercizi da portare nella vita di tutti i giorni.

Basato sulle evidenze

Interventi con efficacia dimostrata dalla ricerca scientifica, uniti all’esperienza clinica e alle preferenze di ogni paziente.

Centrato sul paziente

Obiettivi, ritmo e decisioni costruiti insieme alla persona, nel rispetto della sua storia, dei suoi valori e del momento che sta vivendo.

Disegno alla lavagna di due teste: una con pensieri aggrovigliati, l'altra con una spirale ordinata

Perché integrativa

Quando la tecnica da sola non basta: la disorganizzazione mentale

Ci sono momenti in cui la mente sembra un gomitolo aggrovigliato: pensieri che si accavallano, emozioni intense e contraddittorie, difficoltà a dare un senso a ciò che si vive. In questi casi le tecniche comportamentali, da sole, non sempre bastano: prima di cambiare il comportamento, la persona ha bisogno di sentirsi compresa e di organizzare la propria esperienza.

È qui che la terapia dialettica (DBT) e l’approccio umanistico completano il lavoro, con validazione, accettazione e una relazione terapeutica sicura, mentre la parte comportamentale aiuta a costruire cambiamenti concreti. Per questo la nostra terapia è integrativa: lo strumento si adatta alla persona, e non il contrario.

Valutazione funzionale

Non ogni sofferenza è un disturbo, ma ogni comportamento ha una funzione

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di 1 miliardo di persone nel mondo vive con un disturbo mentale: circa 1 su 8. Molte delle persone che soffrono non hanno una psicopatologia, ma comportamenti disfunzionali: procrastinare, evitare i conflitti, mangiare o bere per gestire le emozioni, perfezionismo, esplosioni di rabbia, difficoltà a dire di no.

La valutazione funzionale indaga, per ogni comportamento, che cosa lo scatena, a che cosa serve (quale sollievo o vantaggio porta) e che cosa lo mantiene. Così l’intervento va dritto al meccanismo, e non solo al sintomo.

Trattare presto è prevenire: se trascurati, questi comportamenti possono evolvere in disturbi d’ansia, depressione, dipendenze e disturbi alimentari.

Psichiatra in camice che esamina un flacone di farmaco alla scrivania, con libri di psicofarmacologia e psichiatria

Psicoterapia e psichiatria

La cura con lo psichiatra durante la psicoterapia

Quando è necessario, lavoriamo insieme a psichiatri di fiducia. Che cosa dicono gli studi:

  • Nella fase acuta, la psicoterapia è efficace quanto i farmaci nella depressione e nell’ansia, e più efficace nel DOC (1, 2).
  • La psicoterapia ha meno abbandoni rispetto al solo trattamento farmacologico (2, 3).
  • I suoi effetti durano di più: dopo la fine del trattamento, chi ha fatto TCC ha meno ricadute di chi interrompe l’antidepressivo (4).
  • Insieme sono meglio: psicoterapia più farmaci supera i soli farmaci nella depressione, nel disturbo di panico e nel DOC, con benefici che si mantengono fino a due anni (5); nella depressione supera anche ciascun trattamento da solo (3, 6).

Per questo, quando il farmaco è indicato, non sostituisce la psicoterapia: i due si sommano.

Riferimenti

1. Cuijpers P, Sijbrandij M, Koole SL, Andersson G, Beekman AT, Reynolds CF. The efficacy of psychotherapy and pharmacotherapy in treating depressive and anxiety disorders: a meta-analysis of direct comparisons. World Psychiatry. 2013;12(2):137-148. doi:10.1002/wps.20038

2. Cuijpers P, Oud M, Karyotaki E, et al. Psychologic treatment of depression compared with pharmacotherapy and combined treatment in primary care: a network meta-analysis. Ann Fam Med. 2021;19(3):262-270. doi:10.1370/afm.2676

3. Cuijpers P, Noma H, Karyotaki E, Vinkers CH, Cipriani A, Furukawa TA. A network meta-analysis of the effects of psychotherapies, pharmacotherapies and their combination in the treatment of adult depression. World Psychiatry. 2020;19(1):92-107. doi:10.1002/wps.20701

4. Cuijpers P, Hollon SD, van Straten A, Bockting C, Berking M, Andersson G. Does cognitive behaviour therapy have an enduring effect that is superior to keeping patients on continuation pharmacotherapy? A meta-analysis. BMJ Open. 2013;3(4):e002542. doi:10.1136/bmjopen-2012-002542

5. Cuijpers P, Sijbrandij M, Koole SL, Andersson G, Beekman AT, Reynolds CF. Adding psychotherapy to antidepressant medication in depression and anxiety disorders: a meta-analysis. World Psychiatry. 2014;13(1):56-67. doi:10.1002/wps.20089

6. Karyotaki E, Smit Y, Holdt Henningsen K, Huibers MJH, Robays J, de Beurs D, Cuijpers P. Combining pharmacotherapy and psychotherapy or monotherapy for major depression? A meta-analysis on the long-term effects. J Affect Disord. 2016;194:144-152. doi:10.1016/j.jad.2016.01.036

Cosa trattiamo

Comprendere per curare

Lavoriamo su diverse condizioni e dimensioni della salute mentale. La diagnosi è importante: dopo un’accurata valutazione diagnostica, fatta insieme al paziente, la persona riceve una psicoeducazione sul proprio funzionamento.

Le psicopatologie hanno alcuni sintomi in comune, ma il funzionamento di ogni paziente varia da persona a persona, in base alle caratteristiche di personalità, alla storia di vita, alle tendenze genetiche e ai sintomi primari e secondari di ogni disturbo.

Ogni persona è più di una diagnosi: il trattamento parte da chi è e da ciò che la mantiene nella sofferenza.

In sintesi: di cosa ci occupiamo

  • Psicodiagnosi e valutazione: psicodiagnosi, diagnosi differenziale, valutazione neuropsicologica
  • Disturbi dell’umore: depressione, disturbo bipolare, disturbo disforico premestruale (PMDD), burnout
  • Disturbi d’ansia: ansia, attacchi di panico e disturbo di panico, agorafobia, fobie, fobia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)
  • Disturbi di personalità: trattamento dei disturbi e dei tratti di personalità: borderline, narcisistico, evitante
  • Disturbi alimentari: anoressia, bulimia, binge eating (alimentazione incontrollata), alimentazione disordinata, immagine corporea
  • Trauma: PTSD e PTSD complesso, traumi infantili e stile di attaccamento
  • Regolazione emotiva: disregolazione emotiva, attacchi di rabbia, comportamenti autolesivi, senso di vuoto
  • Neurodivergenza: ADHD, autismo, dislessia, discalculia
  • Sonno e dipendenze: disturbi del sonno, alcolismo e altre dipendenze
  • Relazioni e sessualità: terapia di coppia, gelosia patologica, relazioni abusanti, disfunzioni sessuali, LGBTQIA+
  • Infanzia, adolescenza e famiglia: psicoterapia per adolescenti, terapia familiare, parent training
  • Dolore, perdite e transizioni: lutto, dolore cronico, cure palliative, pensione
  • Neuropsicologia e psichiatria: disturbi cognitivi, Alzheimer e demenze, riabilitazione cognitiva; con lo psichiatra anche i disturbi psicotici

Riceviamo in presenza a Roma, Napoli, Salerno, Nocera Inferiore e Firenze, e online in tutto il mondo.

Umore, emozioni e stress

Donna che piange in seduta mentre la psicologa le porge un fazzoletto

Non ogni tristezza profonda è depressione

La tristezza è un’emozione sana di fronte a perdite, delusioni e cambiamenti, e può essere molto intensa senza essere una malattia. I disturbi dell’umore hanno differenze importanti tra loro:

  • Tristezza e lutto: hanno un motivo, arrivano a ondate e convivono con momenti di sollievo; il valore di sé resta intatto.
  • Depressione maggiore: umore depresso o perdita del piacere quasi ogni giorno, per almeno due settimane, con cambiamenti di sonno, appetito, energia e concentrazione, senso di colpa, mancanza di speranza e compromissione della vita.
  • Distimia: più lieve, ma dura due anni o più; la persona arriva a credere che «è fatta così».
  • Depressione bipolare: episodi depressivi che si alternano a fasi di euforia o irritabilità.
  • Disturbo dell’adattamento: sofferenza sproporzionata dopo un evento stressante, che migliora con l’adattamento.
  • PMDD: tristezza e irritabilità intense che compaiono solo nella fase premestruale.

Perché distinguerli: ogni quadro ha un trattamento diverso. Trattare come depressione ciò che è bipolarità, o trasformare in malattia una tristezza normale, può peggiorare la situazione.

Uomo con la mano sul viso, appoggiato alla finestra

Depressione

Tristezza persistente, stanchezza, perdita di interesse e di piacere, alterazioni del sonno e dell’appetito, senso di vuoto e di mancanza di futuro. Nella depressione e nella distimia, il trattamento aiuta a capire che cosa mantiene questo circolo e a recuperare, passo dopo passo, attività, senso e legami.

La stessa donna in due poli: raggiante al sole e abbattuta al buio

Disturbo bipolare

Alternanza tra fasi di umore elevato o irritabile, con molta energia, poco sonno e impulsività, e fasi depressive. La psicoterapia, in dialogo con lo psichiatra, aiuta a riconoscere i segnali precoci, regolare routine e sonno e costruire stabilità.

Donna in esposizione multipla, con tre espressioni di angoscia e rabbia

Disturbo bipolare nelle donne: una diagnosi difficile

Nelle donne il disturbo bipolare viene spesso riconosciuto più tardi. Questo succede perché:

  • gli episodi depressivi tendono a prevalere e la persona chiede aiuto nella fase depressiva, venendo trattata come se avesse «solo» la depressione;
  • sono più frequenti il tipo II (con ipomanie più lievi, che passano inosservate o sembrano persino periodi buoni), i cicli rapidi e gli episodi misti, con agitazione e tristezza insieme;
  • l’irritabilità e l’instabilità vengono confuse con sindrome premestruale, PMDD, ansia o disturbo borderline di personalità;
  • le fasi di cambiamento ormonale, come il post-parto e la perimenopausa, sono periodi di maggior rischio di episodi.

Cosa facciamo: una storia di vita dettagliata, il monitoraggio dell’umore (il calendario energetico), attenzione al ciclo mestruale e alle fasi riproduttive, e lavoro congiunto con lo psichiatra. Gli antidepressivi senza stabilizzatore dell’umore possono peggiorare il quadro bipolare: per questo la diagnosi corretta è così importante.

Donna con le mani sul viso davanti al portatile e ai grafici

Calendario energetico

Per chi vive alti e bassi di umore e di energia, un semplice diario giornaliero (umore, energia, ore di sonno, ciclo mestruale, farmaci, alcol ed eventi importanti) trasforma impressioni vaghe in schemi visibili.

  • cogliere presto i segnali di svolta: dormire meno, accelerare, isolarsi;
  • individuare fattori scatenanti e cicli: stagionali, mestruali, lavorativi;
  • pianificare la settimana in base all’energia disponibile: compiti pesanti nei giorni di più energia e protezione dei giorni di calo;
  • portare dati concreti allo psicologo e allo psichiatra.

Base: il monitoraggio dell’umore e la regolarità dei ritmi quotidiani fanno parte di approcci come la terapia interpersonale e dei ritmi sociali (IPSRT), sviluppata per il disturbo bipolare.

Un uomo in tre stati emotivi: irritazione, rabbia e disperazione

Regolazione emotiva

Emozioni molto intense, che cambiano rapidamente o sembrano fuori controllo, spesso influenzano relazioni e decisioni. Lavoriamo sulle abilità per riconoscere, tollerare e rispondere alle emozioni in modo più efficace.

Uomo con gli occhiali che grida con il pugno chiuso

Disregolazione emotiva e attacchi di rabbia

La rabbia di per sé è un’emozione sana: segnala un’ingiustizia e ci aiuta a mettere dei limiti. Il problema è quando esplode, troppo in fretta e troppo forte. Un attacco di rabbia segue di solito sempre lo stesso percorso:

  • un fattore scatenante (una critica, un ritardo, un «no»);
  • un’interpretazione automatica: «mi stanno mancando di rispetto», «è ingiusto»;
  • il corpo si attiva: calore, cuore accelerato, mascella serrata;
  • un punto di non ritorno, in cui la persona «perde la testa»: urla, offende, rompe oggetti;
  • sollievo rapido, seguito da colpa, vergogna e relazioni ferite.

Quando chiedere aiuto: quando le esplosioni sono frequenti o sproporzionate, quando ti penti di ciò che hai detto o fatto, quando le persone vicine iniziano ad avere paura o a camminare sulle uova, o quando ci sono conseguenze sul lavoro e nelle relazioni. Con la DBT e la TCC si impara a riconoscere i segnali del corpo prima del punto di non ritorno, a usare abilità per abbassare l’intensità (come STOP e TIP) e a esprimere ciò che si prova senza distruggere.

Comportamenti autolesivi: non è solo borderline

Farsi del male raramente è «attirare l’attenzione». Nella maggior parte dei casi è un modo, che funziona nel breve termine e fa male nel lungo, per alleviare un dolore emotivo insopportabile, uscire da uno stato di vuoto o di dissociazione, punirsi o esprimere una sofferenza per cui non ci sono parole. Poiché la funzione è regolare le emozioni, l’autolesionismo compare in molti quadri oltre al disturbo borderline di personalità:

  • depressione e ansia intensa;
  • PTSD e PTSD complesso, soprattutto dopo traumi infantili;
  • disturbi alimentari;
  • autismo e disabilità intellettiva, a volte legata al sovraccarico sensoriale o alla difficoltà di comunicare ciò che si prova;
  • comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, come strapparsi i capelli (tricotillomania) o stuzzicarsi la pelle (dermatillomania);
  • uso di alcol e altre sostanze;
  • adolescenti senza alcuna diagnosi, in momenti di grande sofferenza.

Trattamento: la DBT è l’approccio con più evidenze: capire la funzione del comportamento e costruire, passo dopo passo, altri modi di attraversare le emozioni. Se ti stai facendo del male, non devi affrontarlo da solo: contattaci. In caso di rischio immediato, rivolgiti a un servizio di emergenza.

Uomo seduto a terra, appoggiato a una parete vuota, che guarda in alto

Il senso di vuoto

Non è tristezza né noia: è la sensazione di un buco dentro, di non sentire nulla, di non sapere chi si è o che cosa si vuole. Spesso la persona cerca di riempire questo vuoto con cibo, acquisti, alcol, relazioni intense o schermi. Il vuoto cronico compare soprattutto:

  • nel disturbo borderline di personalità, dove fa parte dei criteri diagnostici;
  • nella depressione, come perdita di senso e di piacere;
  • nel disturbo narcisistico di personalità, quando manca l’ammirazione degli altri;
  • nel trauma complesso e nella dissociazione, come disconnessione da sé;
  • nelle dipendenze e nei disturbi alimentari, come qualcosa che il comportamento cerca di zittire.

Ristrutturazione personale: il trattamento non cerca di «riempire» il vuoto dall’esterno. Lavoriamo sulla consapevolezza delle emozioni, sui valori personali (ciò che conta davvero per te), sull’identità e su relazioni più autentiche, perché la vita torni, poco a poco, ad avere un contenuto proprio.

Donna piegata dal dolore, con le braccia sulla pancia

Disturbo disforico premestruale (PMDD)

Non è «solo sindrome premestruale». Nei giorni prima delle mestruazioni compaiono irritabilità, tristezza, ansia, sbalzi d’umore improvvisi e sensazione di perdita di controllo, che migliorano quando inizia il ciclo. Il PMDD è riconosciuto nei manuali diagnostici (DSM-5-TR e ICD-11) ed è legato a una maggiore sensibilità del cervello alle normali variazioni ormonali del ciclo.

Cosa dicono le ricerche recenti: il PMDD è molto più frequente e intenso in chi ha ADHD, autismo o altre neurodivergenze, e anche in chi convive con ansia, depressione o una storia di trauma. Per questo lo indaghiamo con attenzione in questi casi, con il diario del ciclo, strategie di regolazione emotiva e lavoro congiunto con ginecologo e psichiatra.

Paziente che sorride durante una seduta di psicoterapia
Persona in giacca e cravatta con un fiammifero bruciato al posto della testa, davanti al computer

Burnout

Esaurimento fisico ed emotivo, distacco o cinismo verso il lavoro e la sensazione di non farcela più: è il risultato di uno stress lavorativo accumulato senza recupero sufficiente. L’ICD-11 riconosce il burnout come un fenomeno legato al lavoro. Lavoriamo su limiti, recupero dell’energia, perfezionismo e rientro al lavoro, o cambiamento, in modo sostenibile.

Ansia e ossessioni

Donna seduta a terra, con la mano sulla fronte

Ansia

Preoccupazione costante, attacchi di panico, fobie ed evitamento possono rendere la vita sempre più piccola. Con approcci basati sulle evidenze si impara a gestire l’incertezza e a riavvicinarsi a ciò che conta.

Donna che si copre il viso in mezzo a una folla in movimento

Fobia sociale (ansia sociale)

Paura intensa di essere giudicati, valutati o di fare brutta figura davanti agli altri: parlare in pubblico, mangiare davanti a qualcuno, entrare in una stanza piena, parlare al telefono, iniziare una conversazione. Arrivano il rossore, il tremore, la mente vuota e, dopo, ore a ripensare a ciò che si è detto. Per non soffrire, la persona evita, e la vita si restringe. La TCC è il trattamento di prima scelta: esposizione graduale, meno attenzione rivolta a sé e abbandono dei «comportamenti protettivi».

Donna con la mano sul petto, senza fiato durante una crisi

Disturbo di panico

Crisi improvvise di paura intensa, con cuore in gola, fiato corto, vertigini, formicolii e la sensazione di stare per morire, svenire o impazzire. Dopo la prima crisi nasce la paura di averne un’altra, e la persona inizia a evitare luoghi e situazioni, come i mezzi di trasporto, la folla o uscire da sola. La TCC insegna a capire cosa succede nel corpo, a smettere di temere le sensazioni e a tornare, poco a poco, nei luoghi evitati.

Donna con la mano sul petto ed espressione di malessere

Attacco di panico, disturbo di panico e agorafobia: qual è la differenza?

Sono tre cose diverse, che spesso compaiono insieme:

  • Attacco di panico: un’ondata improvvisa di paura intensa che raggiunge il picco in pochi minuti, con cuore in gola, fiato corto, vertigini e paura di morire o di impazzire. Un attacco isolato può capitare a chiunque e in diversi quadri: non è una diagnosi in sé.
  • Disturbo di panico: attacchi che si ripetono in modo inaspettato, seguiti da almeno un mese di paura di avere nuove crisi o di cambiamenti nel comportamento per evitarle.
  • Agorafobia: paura ed evitamento delle situazioni da cui sarebbe difficile uscire o ricevere aiuto: mezzi pubblici, spazi aperti o chiusi, code e folla, uscire di casa da soli. Può esistere con o senza disturbo di panico.

Perché distinguerli: il trattamento cambia. Nell’agorafobia il centro è l’esposizione graduale alle situazioni evitate; nel disturbo di panico, imparare a non temere le sensazioni del proprio corpo.

Donna con guanti di gomma che pulisce il piano di lavoro con espressione angosciata

DOC (disturbo ossessivo-compulsivo)

Pensieri, immagini o paure intrusive che generano molta angoscia (ossessioni) e comportamenti o rituali ripetuti per alleviarla, come pulire, controllare, ordinare o contare (compulsioni). Il sollievo dura poco e il circolo diventa sempre più forte. L’esposizione con prevenzione della risposta, all’interno della TCC, è il trattamento psicologico con più evidenze per il DOC.

Blocchi di legno che formano la sigla OCD

I diversi tipi di DOC

Il DOC non è solo la mania della pulizia. Può assumere molte forme, e riconoscere il proprio tipo dà già sollievo: la persona capisce che non sta «impazzendo», ma è intrappolata in un circolo che si può curare.

  • Contaminazione e pulizia: paura di germi, sporco o malattie, con lavaggi e pulizie ripetuti.
  • Orientamento sessuale: dubbi ossessivi e angoscianti sull’essere o meno omosessuali (o eterosessuali), che non corrispondono a un desiderio ma alla paura; la persona si «mette alla prova» e cerca continuamente certezze.
  • Controllo sugli oggetti: controllare porte, gas ed elettrodomestici; mantenere ordine, simmetria e la posizione «giusta» delle cose; contare o ripetere finché «non sembra giusto».
  • Controllo sulle persone: paura che succeda qualcosa di brutto alle persone amate, bisogno di sapere dove si trova l’altro, dubbi ossessivi sul partner o sulla relazione, paura di fare del male a qualcuno.
Uomo con le mani nei capelli dietro un'enorme pila di cartelle

Procrastinazione

Rimandare ciò che conta, pur conoscendone le conseguenze, raramente è pigrizia: di solito è un modo per sfuggire a emozioni scomode, come la paura di sbagliare, la noia o il sovraccarico. Lavoriamo su ciò che sta dietro al rimandare e su strategie pratiche per iniziare e concludere i compiti.

Sonno e dipendenze

Donna sveglia a letto, al buio, con lo sguardo nel vuoto

Disturbi del sonno

Dormire male è oggi uno dei maggiori problemi di salute dell’umanità. La difficoltà ha molte forme:

  • andare a letto e non riuscire a rallentare la testa;
  • ansia e difficoltà ad addormentarsi;
  • svegliarsi più volte durante la notte;
  • svegliarsi all’alba e non riuscire a riaddormentarsi;
  • sogni molto vividi o incubi;
  • dormire le ore «giuste» e svegliarsi comunque stanchi.

Le conseguenze: memoria e concentrazione peggiori, irritabilità, emozioni a fior di pelle, più ansia e depressione, più fame e voglia di dolci, dolore, calo delle difese immunitarie e maggior rischio di incidenti e di malattie cardiovascolari e metaboliche.

Perché l’igiene del sonno non basta: spegnere gli schermi e avere orari regolari aiuta, ma raramente risolve da solo. Il sonno va affrontato a 360 gradi: TCC per l’insonnia (il trattamento di prima scelta), ritmo biologico ed esposizione alla luce, ansia e ruminazione, regolazione emotiva, incubi e trauma, alimentazione e attività fisica, e valutazione medica di altre cause, come le apnee notturne.

Calice di vino in primo piano e, sullo sfondo, una donna con la mano sulla testa

Alcolismo (disturbo da uso di alcol)

Spesso inizia come un modo per rilassarsi, dormire o sopportare emozioni difficili, e poco a poco la persona ha bisogno di bere di più, perde il controllo su quando fermarsi e continua nonostante i danni alla salute, al lavoro e alle relazioni. Spesso si accompagna ad ansia, depressione e trauma. Il trattamento unisce colloquio motivazionale, TCC e prevenzione delle ricadute, in collaborazione con il medico (la sospensione può richiedere un monitoraggio medico), e include il sostegno alla famiglia.

Silhouette di un uomo con la testa appoggiata al braccio, che tiene un bicchiere accanto a una bottiglia

L’alcol come anestesia emotiva

Spesso l’alcol non si cerca per piacere, ma come anestesia: per non sentire l’ansia, la tristezza, la rabbia o la solitudine, per tollerare il disagio di stare con se stessi. Funziona per qualche minuto e si paga caro dopo: più ansia il giorno dopo, sonno peggiore, impulsività e senso di colpa.

Il legame con la regolazione emotiva: chi ha più difficoltà a riconoscere, tollerare e regolare le emozioni corre un rischio maggiore di usare l’alcol come strategia. Per questo il trattamento non è solo «smettere di bere»: è imparare altri modi di attraversare il disagio, come le abilità DBT di tolleranza della sofferenza e di regolazione emotiva.

Trauma

Mano che scrive Post-Traumatic Stress Disorder

PTSD (disturbo da stress post-traumatico)

Può comparire dopo un evento in cui la persona ha sentito in pericolo la propria vita o quella di qualcun altro: un incidente, una rapina, una catastrofe, un parto traumatico, la morte improvvisa di una persona vicina o essere stati vicini alla morte. Il ricordo ritorna come se stesse accadendo di nuovo (flashback e incubi), la persona evita tutto ciò che ricorda l’evento e vive in stato di allerta. I trattamenti focalizzati sul trauma hanno solide prove di efficacia.

PTSD complesso (C-PTSD)

Nasce da traumi ripetuti o prolungati, da cui era difficile o impossibile fuggire: bullismo, abuso, trascuratezza o violenza in casa o in una relazione. Oltre ai sintomi del PTSD, colpisce il modo di regolare le emozioni, di vedere se stessi (vergogna, colpa, sentirsi senza valore) e di fidarsi degli altri. La cura inizia dalla sicurezza e dalla stabilizzazione e procede, con i tempi di ciascuno, verso l’elaborazione.

Qual è la differenza? Nel PTSD il centro è il ricordo di un evento. Nel PTSD complesso, riconosciuto dall’ICD-11, il trauma ripetuto colpisce anche l’identità, le emozioni e i legami. Per questo il trattamento è di solito più lungo e organizzato in fasi.

Neurodivergenza

Donna pensierosa con un cervello colorato di ingranaggi disegnato sulla testa

Autismo e neurodivergenze

Autismo, ADHD, plusdotazione, dislessia e altre forme di funzionamento neurologico sono modi diversi di percepire, sentire ed elaborare il mondo, e non difetti da correggere. La valutazione aiuta a comprendere questo profilo, con i suoi punti di forza e le sue difficoltà, e il percorso sostiene la persona nel vivere in accordo con il proprio funzionamento.

Persona con le mani nei capelli davanti al cellulare e al computer

ADHD

Disattenzione, impulsività, irrequietezza e difficoltà di organizzazione e di gestione del tempo, presenti fin dall’infanzia e che spesso continuano nell’età adulta. La valutazione conferma la diagnosi e traccia il profilo di ogni persona; il percorso costruisce strategie pratiche per lo studio, il lavoro e le relazioni, in dialogo con lo psichiatra quando c’è una terapia farmacologica.

Giovane pensierosa davanti al portatile, con decine di frecce disegnate sulla parete dietro

ADHD e disorganizzazione mentale

È come avere molte schede aperte contemporaneamente: le idee arrivano tutte insieme, tutto sembra urgente, si iniziano mille cose e se ne finiscono poche, si perde il filo a metà del compito. Non è mancanza di volontà né di intelligenza: è una difficoltà delle funzioni esecutive, che organizzano, danno priorità e sostengono l’azione. Lavoriamo per portare l’organizzazione fuori dalla testa (liste, schemi visivi, sveglie), dividere i compiti in piccoli passi, decidere le priorità e gestire frustrazione e autocritica.

Uomo che si copre il viso con le mani davanti al computer, di notte

Non è ADHD: è stanchezza mentale digitale

Non ogni difficoltà di concentrazione è ADHD. Telefono, notifiche, social network ed e-mail catturano l’attenzione decine di volte al giorno e consumano l’energia mentale poco a poco. A fine giornata non resta energia per concentrarsi su ciò che è davvero importante e prioritario.

Come li distinguiamo: nell’ADHD le difficoltà esistono fin dall’infanzia e compaiono in diversi contesti; nella stanchezza digitale nascono con l’uso eccessivo dei dispositivi e migliorano quando cambiano le abitudini. La valutazione chiarisce di quale caso si tratta, e lavoriamo su routine che proteggono l’attenzione e recuperano l’energia.

Giovane preoccupata, con le mani giunte davanti al viso, che parla con lo psicologo

Non era ADHD: e ora, che cos’è?

A volte la valutazione non conferma l’ADHD, e resta la domanda: allora perché non riesco a concentrarmi? La disattenzione è un sintomo, non una diagnosi, e può avere molte cause:

  • ansia e preoccupazione costante;
  • depressione;
  • trauma e stato di allerta permanente;
  • sonno insufficiente o disturbi del sonno;
  • stanchezza mentale digitale;
  • disturbi dell’apprendimento, come dislessia e discalculia;
  • plusdotazione e noia;
  • burnout;
  • cause mediche, come alterazioni della tiroide, anemia o effetti di farmaci.

Il passo successivo: una valutazione clinica e neuropsicologica completa non si ferma al «non è ADHD»: indaga che cosa sia, perché il trattamento sia quello giusto.

Uomo abbattuto che tiene in mano una maschera nera durante la seduta

Masking (camuffamento sociale)

È lo sforzo, spesso automatico, di nascondere il proprio modo di essere per sembrare «normali»: imitare espressioni, provare le conversazioni, trattenere movimenti e disagi sensoriali. È più studiato nell’autismo, soprattutto in donne e ragazze, ed è comune anche nell’ADHD; compare inoltre nell’ansia sociale e in chi ha imparato, attraverso il trauma, che mostrarsi è pericoloso. Funziona per un po’, ma costa caro: esaurimento, ansia, depressione, perdita della propria identità e diagnosi che arrivano tardi.

Disegno a gesso di una persona che porta una batteria all'1% di carica

Energia e motivazione nella neurodivergenza

Molte persone neurodivergenti vivono con la batteria quasi scarica: concentrarsi, filtrare gli stimoli e adattarsi all’ambiente consuma molta più energia. Nell’ADHD la motivazione dipende spesso dall’interesse, dalla novità o dall’urgenza, e non dall’importanza del compito. Lavoriamo sulla gestione dell’energia, su routine realistiche e pause di recupero, per prevenire l’esaurimento e il burnout.

Bambino con le mani nei capelli davanti a una lavagna con lettere confuse

Dislessia

Disturbo specifico dell’apprendimento che colpisce lettura e scrittura: leggere lentamente, scambiare o invertire le lettere, faticare molto per capire un testo, pur con un’intelligenza nella norma e un insegnamento adeguato. Non è pigrizia né mancanza di impegno. La valutazione neuropsicologica individua il profilo, e l’intervento e gli adattamenti a scuola, all’università e al lavoro fanno una grande differenza.

Bambino con le mani nei capelli davanti a una lavagna piena di conti

Discalculia

Disturbo specifico dell’apprendimento della matematica: difficoltà persistente nel capire il senso dei numeri, fare i calcoli, memorizzare le tabelline, leggere l’orologio e gestire il denaro, pur con un’intelligenza nella norma e un insegnamento adeguato. Non è mancanza di impegno né «non essere portati per la matematica», e spesso genera molta ansia e vergogna a scuola. La valutazione neuropsicologica individua il profilo; l’intervento usa strumenti concreti e visivi, e gli adattamenti scolastici fanno la differenza.

Mano robotica e mano umana che toccano un cervello illuminato

La tecnologia come supporto nella neurodivergenza

Promemoria, timer visivi, agende digitali, lettura ad alta voce dei testi, app di organizzazione e strumenti di intelligenza artificiale possono funzionare come supporto esterno alle funzioni esecutive. Aiutiamo a scegliere e usare questi strumenti in modo personalizzato, perché la tecnologia lavori a favore e non diventi un’altra fonte di distrazione.

Cervello formato da molte mani intrecciate, in bianco e nero

Terapia di gruppo per adulti autistici (livello 1 di supporto) e con ADHD

Un gruppo pensato per il funzionamento neurodivergente, con regole chiare, prevedibilità e rispetto dei bisogni sensoriali. Stare tra persone che funzionano in modo simile porta sollievo e appartenenza: non c’è bisogno di spiegare tutto né di fare masking.

  • scambiare strategie pratiche di organizzazione, energia e routine;
  • allenare abilità sociali e comunicative in un ambiente sicuro;
  • lavorare sull’autostima ferita da anni di incomprensione;
  • costruire un’identità neurodivergente positiva, con punti di forza e limiti.

Alimentazione e immagine corporea

Donna che mangia pollo fritto davanti a hamburger e al computer

Disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating)

Episodi in cui si mangia una grande quantità di cibo in poco tempo, con la sensazione di perdere il controllo, seguiti da colpa e vergogna. L’abbuffata è spesso un modo per gestire emozioni difficili: il trattamento lavora su questa funzione, sulla regolarità dei pasti e sul rapporto con il corpo.

Bulimia nervosa

Cicli di abbuffate seguiti da comportamenti per «compensare», come vomito, lassativi, digiuno o esercizio eccessivo, spesso vissuti in segreto. Il trattamento interrompe questo circolo e lavora sulle emozioni e sull’autovalutazione legate al peso e alla forma del corpo, in dialogo con medico e nutrizionista.

Anoressia e altri disturbi alimentari

Nell’anoressia, la restrizione alimentare e la paura intensa di ingrassare occupano sempre più spazio. Questa e altre disfunzionalità del comportamento alimentare riguardano molto più del cibo: il trattamento considera emozioni, pensieri e comportamento, in dialogo con altri professionisti quando necessario.

Mani legate con un metro da sarta sopra un piatto vuoto

Chew and Spit (masticare e sputare)

Masticare cibi, di solito molto calorici, e sputarli prima di deglutire, per sentire il sapore senza «assorbire» le calorie. È un comportamento poco conosciuto, vissuto con molta vergogna e segretezza, per questo raramente viene raccontato spontaneamente. Compare soprattutto insieme alla restrizione alimentare, all’anoressia e alla bulimia, e merita di essere indagato e trattato con la stessa cura.

Giovane con un cartello con scritto HELP davanti a un piatto con una mela

Alimentazione disordinata

Anche dopo il trattamento di un disturbo alimentare spesso restano dei residui: contare le calorie a mente, regole rigide su ciò che «si può» e «non si può», paura di certi alimenti, senso di colpa dopo aver mangiato, controllare il corpo allo specchio, compensare con l’esercizio. L’alimentazione disordinata compare anche in chi non ha mai ricevuto una diagnosi. Non è un capriccio né un dettaglio: prendersi cura di questi residui è ciò che previene la ricaduta e restituisce un rapporto sereno con il cibo.

Giovane che mangia pasta in fretta, da sola, in bagno

Regolazione emotiva attraverso il cibo

Mangiare per calmarsi, consolarsi, premiarsi o per non sentire. Spesso succede senza che la persona se ne accorga:

  • a fine giornata, quando la tensione accumulata si scioglie;
  • di fronte alla noia o alla solitudine;
  • dopo una discussione o una critica;
  • con molta stanchezza o sonno arretrato;
  • dopo giorni di restrizione, quando il corpo presenta il conto;
  • spiluccando in automatico davanti agli schermi.

Come lavoriamo: annotare cosa si provava prima di mangiare, distinguere la fame fisica da quella emotiva, ampliare le strategie di regolazione e ridurre la restrizione e la colpa che alimentano il circolo.

Giovane seduta sul pavimento del bagno che mangia pizza con espressione angosciata

Tirzepatide e l’effetto rimbalzo delle abbuffate

Farmaci come la tirzepatide (Mounjaro) riducono molto l’appetito e aiutano a perdere peso. Ma quando vengono sospesi, l’appetito ritorna. Nello studio SURMOUNT-4, chi è passato dalla tirzepatide al placebo ha recuperato in media il 14% del peso in circa un anno, mentre chi ha continuato il trattamento ha continuato a perdere peso (Aronne et al., JAMA, 2024). Se la funzione emotiva del cibo non è mai stata affrontata, le abbuffate possono tornare con forza.

Come prevenire il rimbalzo: la psicoterapia dovrebbe accompagnare il trattamento fin dall’inizio, e non solo alla fine: individuare i fattori emotivi che scatenano la fame, costruire un’alimentazione regolare senza restrizioni eccessive, sviluppare altri modi di regolare le emozioni e pianificare con il medico la riduzione o la sospensione del farmaco. Non sospendere mai il farmaco senza indicazione medica.

Donna magra che allo specchio si vede con un corpo molto più grande

Disturbi dell’immagine corporea

Quando l’immagine che vediamo allo specchio non corrisponde al corpo reale, o quando un dettaglio dell’aspetto occupa la mente per ore, come nella distorsione dell’immagine corporea e nel disturbo da dismorfismo corporeo. Lavoriamo su come la persona si vede, si confronta e si valuta, perché l’aspetto smetta di comandare la vita.

Relazioni, sessualità e identità

Donna a braccia conserte che guarda con sospetto una coppia che parla

Gelosia patologica

La gelosia diventa un problema quando è sproporzionata, non dipende dai fatti e inizia a comandare la relazione: controllare il telefono e i social, fare interrogatori, controllare orari e amicizie, immaginare tradimenti a partire da dettagli. Fa soffrire chi la prova e chi la subisce. Dietro possono esserci insicurezza e paura dell’abbandono, modelli di attaccamento, traumi, uso di alcol o un funzionamento ossessivo. Lavoriamo sulla tolleranza dell’incertezza, sulla regolazione emotiva e sulla fiducia, individualmente o in coppia; nei casi in cui la convinzione del tradimento è incrollabile, insieme allo psichiatra.

Uomo sospettoso che guarda sopra la spalla della compagna, che usa il cellulare a letto

Relazioni amorose e triangolazione

La triangolazione avviene quando un terzo prende il posto di una conversazione che la coppia non riesce ad avere: un amante, un ex, un’amicizia, un figlio, la famiglia d’origine o perfino il telefono. Invece di parlare direttamente con il partner, la tensione viene deviata: provocare gelosia, cercare alleati, sfogarsi con un’altra persona, usare i figli come messaggeri. Allevia l’ansia per un po’, ma impedisce di risolvere il problema. In terapia, individuale o di coppia, individuiamo i triangoli e restituiamo la conversazione a chi appartiene.

Donna che si tappa le orecchie mentre un uomo le urla contro

Relazioni abusanti

Controllo, umiliazioni, gelosia possessiva, isolamento da amici e famiglia, minacce, cicli di esplosione e riconciliazione. Con il tempo la persona inizia a dubitare di sé e della propria percezione.

Non serve aspettare di avere la forza di andartene per iniziare la terapia. Il trattamento inizia molto prima che la forza cresca: strutturiamo le aree della tua vita, lavoriamo sull’autostima e sulla guarigione personale e costruiamo una solida rete di supporto, perché quando la decisione verrà presa tu sia al sicuro e sostenuta.

In caso di pericolo immediato chiedi aiuto: in Italia 112 o 1522 (antiviolenza e stalking); in Brasile 190 o 180.

Giovane che parla con la psicologa in seduta

LGBTQIA+ e il disclosure

Uno spazio sicuro e affermativo, in cui l’orientamento sessuale e l’identità di genere non vengono trattati come un problema. Spesso la sofferenza viene dall’esterno: pregiudizio, paura del rifiuto, doversi nascondere.

Prepararsi al disclosure: aiutiamo a pianificare la conversazione con la famiglia e gli amici: a chi dirlo per primo, quando e come, provare le parole, anticipare le reazioni, rafforzare la rete di supporto, proteggere la propria sicurezza e gestire risposte difficili. I tempi sono sempre quelli della persona.

Uomo preoccupato seduto sul bordo del letto, con la compagna sdraiata sullo sfondo

Disfunzioni sessuali

Poco o nessun desiderio, difficoltà di eccitazione, disfunzione erettile, eiaculazione precoce, difficoltà a raggiungere l’orgasmo, dolore nei rapporti (come nel vaginismo). Sono molto più comuni di quanto se ne parli, e quasi sempre sono accompagnate da vergogna e silenzio.

Come lavoriamo: prima una valutazione medica per escludere cause fisiche ed effetti di farmaci (alcuni antidepressivi, per esempio). Poi la terapia sessuale lavora sull’ansia da prestazione, sulle convinzioni, sulla comunicazione della coppia e su esercizi graduali, come il sensate focus, individualmente o in coppia.

Coppia sorridente e complice, sdraiata sotto il lenzuolo

Psicologia della procreazione medicalmente assistita

Il percorso della procreazione assistita è fatto di attese, iniezioni, esami e molte aspettative a ogni ciclo. È comune vivere un’ansia intensa nei giorni di attesa del risultato, il lutto di ogni tentativo che non va a buon fine o di una perdita in gravidanza, la pressione sulla coppia e una sessualità che inizia ad avere date fissate.

Il supporto psicologico aiuta a: attraversare ogni ciclo con meno sofferenza, proteggere la relazione di coppia, prendere decisioni difficili (come la donazione di gameti o quando interrompere il trattamento) ed elaborare le perdite. Le linee guida europee sulla riproduzione umana (ESHRE) raccomandano che la cura psicosociale faccia parte del trattamento.

Infanzia, adolescenza e famiglia

Persone sedute in cerchio che parlano durante una sessione

Terapia familiare: le dinamiche che fanno ammalare

Molti sintomi che compaiono in un figlio, bambino, adolescente o adulto che sia, nascono e si mantengono nelle dinamiche della famiglia. Alcuni schemi che incontriamo spesso:

  • Genitori non umanizzati. Quando i genitori sono visti come perfetti o come cattivi, e non come persone con limiti, storie ed errori, il figlio resta intrappolato tra idealizzazione e colpa. Umanizzare i genitori è ciò che permette di mettere dei limiti, perdonare quando è il caso e andare avanti.
  • Aspettative e colpa. Aspettative mai dette ma sempre pretese, e la colpa usata per tenere i figli vicini o obbedienti, generano figli che vivono per non deludere.
  • Genitori ambivalenti e ansia cronica. Affetto e critica, vicinanza e rifiuto, regole che cambiano secondo l’umore dell’adulto: il bambino impara a vivere in allerta, cercando di prevedere cosa arriverà. Questo stato di vigilanza costante spesso diventa ansia cronica nell’età adulta.
  • Genitori che fanno tutto per i figli. Per amore tolgono di mezzo ogni disagio. Il figlio non sviluppa la tolleranza al fastidio, si sente incapace al primo ostacolo, e le insicurezze nell’autostima e i disturbi d’ansia trovano terreno fertile.
  • L’idea perfetta che paralizza. Genitori che faticano a essere autentici e realistici costruiscono un’immagine grandiosa del figlio, che la assorbe come propria. Più tardi lui si blocca: niente di ciò che farà sarà come quell’idea. Realizzare significa tradurre un’idea in realtà e, come dice il proverbio, traduttore, traditore: tradurre è tradire. Per non tradire l’idea, e non sentire il disagio di una realizzazione che non sarà mai perfetta al 100%, la persona rimanda, non inizia o rinuncia. La terapia aiuta a tollerare l’imperfetto e a scambiare l’idea con la vita reale.
Bambina preoccupata che si mangia le unghie, seduta al tavolo

Quando l’instabilità familiare fa ammalare il bambino

Mal di pancia prima della scuola, mal di testa, tornare a fare la pipì a letto, insonnia, capricci, paure nuove: nei bambini la sofferenza spesso parla attraverso il corpo e il comportamento. E ogni sintomo ha una funzione. A volte, quando il bambino si ammala, i genitori smettono di litigare e si uniscono per prendersi cura di lui: senza che nessuno se ne accorga, il sintomo «funziona» e per questo si mantiene.

Il trattamento è con i genitori: lavorare sul conflitto di coppia, sulla comunicazione e sulla stabilità della routine toglie al bambino il compito di tenere insieme la famiglia. Sempre dopo una valutazione pediatrica che escluda cause mediche.

Genitori che abbracciano il figlio imbronciato, a braccia conserte, durante una seduta con la psicologa

Parent training per il disturbo oppositivo-provocatorio (DOP)

Bambini che discutono, sfidano le regole, si irritano facilmente e sembrano fare il contrario apposta. Il parent training è il trattamento di prima scelta:

  • attenzione ed elogi specifici per i comportamenti positivi;
  • istruzioni chiare e brevi, una alla volta;
  • conseguenze prevedibili e proporzionate, al posto di urla e minacce;
  • routine e un «tempo speciale» quotidiano con il bambino;
  • i genitori regolano la propria rabbia prima di intervenire.

Perché funziona: il bambino sfida, l’adulto urla, il bambino sfida di più. Quando i genitori cambiano il modo di rispondere, questo circolo si spezza.

Madre preoccupata sul divano mentre il figlio si agita accanto a lei, durante una seduta

Parent training per genitori di bambini neurodivergenti

I genitori di bambini con ADHD o autismo spesso applicano con amore strategie che funzionano per altri bambini, e si scoraggiano quando non funzionano con il proprio figlio. Il parent training parte dal profilo del bambino:

  • capire il funzionamento del figlio: cos’è difficoltà e cos’è «capriccio»;
  • routine visive, anticipazione dei cambiamenti e transizioni preparate;
  • istruzioni brevi e concrete, rinforzo immediato di ciò che va bene;
  • riconoscere il sovraccarico sensoriale e distinguere una crisi (meltdown) da un capriccio;
  • co-regolazione: l’adulto calmo presta la sua calma al bambino;
  • prendersi cura anche della stanchezza e della colpa dei genitori.

Base scientifica: il parent training è raccomandato come prima linea nell’ADHD in età prescolare e migliora il comportamento e il clima familiare anche nell’autismo.

Personalità

Uomo preoccupato che parla con la psicologa

Disturbi di personalità

Modi persistenti di pensare, sentire e relazionarsi possono generare sofferenza e conflitti ripetuti. Con trattamenti strutturati e una relazione terapeutica solida è possibile costruire modi più flessibili di vivere.

Cartello con le parole Borderline Personality Disorder tra omini di legno colorati

Disturbo borderline di personalità e diagnosi differenziali

Nel borderline le emozioni salgono in fretta, molto in alto, e impiegano tempo a scendere. Ci sono instabilità nell’immagine di sé e nelle relazioni, paura intensa dell’abbandono, impulsività, senso di vuoto e, a volte, autolesionismo. La DBT è nata per il borderline ed è il trattamento con più evidenze.

Con che cosa può essere confuso:

  • Disturbo bipolare: i cambiamenti sono episodi che durano giorni o settimane, con alterazioni del sonno e dell’energia, anche senza un fattore scatenante; nel borderline l’umore oscilla nell’arco di ore, quasi sempre in reazione a eventi nelle relazioni.
  • Ciclotimia (disturbo ciclotimico): oscillazioni più lievi e persistenti tra fasi di più e meno energia, per almeno due anni, legate più a un ritmo biologico che alle relazioni.
  • Disturbo dipendente di personalità: anche qui c’è paura di essere lasciati, ma la risposta è sottomissione e difficoltà a decidere da soli, non rabbia intensa, impulsività o alternanza tra idealizzare e svalutare l’altro.
  • PTSD complesso e ADHD possono imitare il borderline o coesistere con esso.

Perché è importante: una diagnosi sbagliata porta a un trattamento sbagliato. Per questo la valutazione è accurata e fatta nel tempo.

Uomo diffidente che guarda la psicologa durante la seduta

Disturbo narcisistico di personalità

Dietro il bisogno di ammirazione, la sensazione di essere speciali e la difficoltà a riconoscere ciò che l’altro prova, c’è spesso un’autostima fragile, molto sensibile alle critiche e ai fallimenti. La persona raramente chiede aiuto per il narcisismo: arriva per depressione, crisi al lavoro o nelle relazioni. Con una relazione terapeutica ferma e rispettosa è possibile costruire un’autostima più stabile e relazioni più autentiche.

Uomo che si copre il viso con le mani durante una seduta con la psicologa

Disturbo evitante di personalità: com’è nella pratica

La persona desidera molto relazionarsi, ma ha una paura enorme di essere criticata, rifiutata o ridicolizzata. Nella vita di tutti i giorni si vede così:

  • si avvicina a qualcuno solo quando è sicura di essere accettata;
  • non parla nelle riunioni, pur avendo buone idee, e rifiuta promozioni che richiedono più contatto;
  • prova mentalmente le conversazioni e le rivive dopo, cercando errori;
  • si sente inferiore, impacciata o inadeguata davanti agli altri;
  • finisce per avere una vita più piccola di quella che desidera, più per paura che per scelta.

Trattamento: la TCC e la Schema Therapy aiutano ad affrontare gradualmente le situazioni evitate, a ridurre l’autocritica e a costruire, all’interno di una relazione terapeutica sicura, l’esperienza di essere accettati per ciò che si è.

Dolore, malattia, perdite e transizioni

Donna con la testa appoggiata al bracciolo del divano

Psicoterapia per il dolore cronico

Il dolore che dura più di tre mesi, come nella fibromialgia, nell’emicrania o nel mal di schiena, influisce su sonno, umore, lavoro e relazioni; e questi fattori, a loro volta, aumentano il dolore. La psicoterapia, in particolare la TCC e l’ACT, non dice che «il dolore è nella testa»: aiuta a ridurre la sofferenza, la paura del movimento e il peso del dolore nella vita, insieme all’équipe medica.

Coppia di anziani abbracciati su una panchina del parco

Cure palliative

Accompagnamento psicologico per pazienti con malattie gravi o senza prospettiva di guarigione, e per le loro famiglie. Al centro ci sono la qualità della vita e la dignità: affrontare la paura, il dolore emotivo e le decisioni difficili, parlare di ciò che conta, salutarsi e vivere il lutto anticipatorio, sempre insieme all’équipe sanitaria.

Lutto

Il dolore per la perdita di una persona importante è una risposta naturale, non una malattia. A volte però la nostalgia e la sofferenza restano molto intense a lungo e impediscono alla vita di andare avanti: è ciò che l’ICD-11 chiama disturbo da lutto prolungato. Accompagniamo il lutto per dare spazio al dolore, trovare modi di mantenere il legame con chi non c’è più e ricostruire la routine. Anche bambini e adolescenti vivono il lutto, spesso in silenzio: aiutiamo la famiglia a parlare della perdita in modo adatto all’età.

Uomo in giacca e cravatta seduto a terra, con la testa tra le braccia

Il lutto per la perdita del lavoro

Il lavoro non è solo reddito: organizza la giornata, dà identità («io sono…»), appartenenza, riconoscimento e scopo. Per questo un licenziamento, la chiusura di un’attività o persino la pensione possono essere vissuti come un lutto, con tristezza, rabbia, vergogna e la sensazione di non valere più nulla. Questo lutto merita supporto: elaborare la perdita, prendersi cura dell’autostima e ricostruire routine, identità e nuove strade.

Uomo anziano con la barba che legge un libro su una sdraio all'aperto

Pensione e nuove abitudini nella terza età

La pensione toglie in un colpo solo la routine, il ruolo professionale, i colleghi e, a volte, la sensazione di essere utili. Senza preparazione, il tempo libero può diventare isolamento, sedentarietà, ansia e depressione.

Come prevenire: pianificare la transizione prima che avvenga; costruire una nuova routine con orari e obiettivi; mantenere il corpo in movimento e il cervello in apprendimento; coltivare amicizie e partecipare alla comunità, per esempio con il volontariato; rinegoziare con il partner il tempo trascorso insieme; e trovare nuovi progetti che diano senso alle giornate.

Neuropsicologia

Cubi di legno che formano la parola agnosia su un blocco appunti

Disturbi cognitivi

Alterazioni di memoria, linguaggio, percezione, attenzione e movimento possono comparire dopo un ictus, un trauma cranico, tumori, malattie neurodegenerative (come Alzheimer e Parkinson) o altre condizioni neurologiche. La valutazione neuropsicologica individua ciò che è cambiato, e la riabilitazione aiuta a recuperare o compensare le funzioni e a preservare l’autonomia.

Agnosie Amnesie e disturbi della memoria Afasie e disturbi del linguaggio Aprassie Disturbi motori Sindrome disesecutiva Disturbi dell’attenzione Neglect spaziale Disturbi visuospaziali e visuocostruttivi Alessie, agrafie e acalculie Decadimento cognitivo lieve Demenze Esiti cognitivi di ictus e trauma cranico
Uomo anziano con gli occhiali e le mani sulla testa, che cerca di ricordare

Valutazione neuropsicologica: Alzheimer e demenze

Dimenticare appuntamenti, ripetere le stesse domande, perdersi in luoghi conosciuti o avere difficoltà con denaro e farmaci sono segnali che meritano un approfondimento. La valutazione usa test standardizzati di memoria, attenzione, linguaggio, percezione e funzioni esecutive, confrontando il risultato con persone della stessa età e scolarità.

A cosa serve: distinguere l’invecchiamento normale dal decadimento cognitivo lieve; individuare quadri che imitano la demenza, come la depressione; differenziare i tipi di demenza (Alzheimer, vascolare, frontotemporale, a corpi di Lewy), insieme al neurologo e agli esami di neuroimmagine; e creare una base di partenza per seguire l’evoluzione e orientare la famiglia.

Uomo anziano seduto sul divano, che guarda fuori dalla finestra

Neuropsicologia geriatrica

Dimenticanze, lentezza o cambiamenti di comportamento nell’invecchiamento meritano attenzione. La valutazione neuropsicologica distingue l’invecchiamento normale dal decadimento cognitivo lieve e dalle demenze, e orienta la stimolazione cognitiva, la riabilitazione e il sostegno alla famiglia.

Uomo maturo con gli occhiali, concentrato davanti al computer

Stimolazione cognitiva nell’invecchiamento

Il cervello resta capace di imparare e di adattarsi per tutta la vita. La stimolazione cognitiva, con esercizi di memoria, attenzione, linguaggio e ragionamento, insieme all’attività fisica, a un buon sonno, alla vita sociale e all’imparare cose nuove, aiuta a preservare le funzioni e l’autonomia e a costruire la cosiddetta riserva cognitiva. È indicata per chi vuole invecchiare prendendosi cura della mente, per chi inizia a notare piccoli cedimenti e nel decadimento cognitivo lieve, con programmi personalizzati a partire dalla valutazione neuropsicologica.

Donna matura a occhi chiusi, con le dita sulle tempie

Menopausa e sintomi cognitivi

In perimenopausa e in menopausa molte donne sentono la testa «annebbiata»: dimenticanze, difficoltà a trovare le parole, a concentrarsi e a fare più cose insieme. Il calo degli estrogeni, le vampate, il sonno frammentato e i cambiamenti d’umore contribuiscono. Nella maggior parte dei casi queste alterazioni sono lievi e tendono a migliorare dopo la transizione, ma spaventano e pesano sul lavoro e sull’autostima. Valutiamo il profilo cognitivo, rassicuriamo con dati concreti e lavoriamo su sonno, ansia e strategie di memoria, insieme al ginecologo.

Mani aperte sotto un cervello luminoso connesso in rete

La tecnologia nella riabilitazione cognitiva

Programmi di stimolazione cognitiva al computer, app per memoria e agenda, ausili esterni per la memoria, strumenti di comunicazione alternativa nelle afasie e ambienti di realtà virtuale completano la riabilitazione neuropsicologica, con esercizi adattati al livello di ogni persona e monitoraggio dei progressi.

I testi di questa pagina hanno carattere informativo e non sostituiscono una valutazione professionale.

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